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LericiPea. A tre donne il Premio alla carriera per la poesia. Intervista a Gabriella Sica

A tre donne, Gabriella Sica (Italia), Agi Mishol (Israele) e Amel Moussa (Tunisia), è stato assegnato il Premio Internazionale alla Carriera del Premio LericiPea 2014. Nell’occasione del premio si è svolto l’incontro “Poesia, la grande madre del Mediterraneo”.

Quanto è stato ed è importante il Mediterraneo per la sua poesia?

Il mare, per la precisione il Mediterraneo tirrenico, è sempre stato nel mio orizzonte un approdo, un percorso dal luogo di residenza a un luogo di bellezza e di poesia assoluta. Da un paese dell’interno al mare o dalla campagna al mare, da piccola. Dalla città al mare, da quasi sempre. E sempre con lo stesso desiderio e la stessa gioia. Da quasi trent’anni vado a Porto Ercole, un luogo di mare che nelle tinte e nella forma somiglia a Lerici. Questo è il nostro Mediterraneo, un mare di antiche civiltà e ora sempre più tormentato e incupito, inquinato e ormai disgraziato nel suo centro meridionale più vasto, dove ogni giorno si ripetono naufragi di carrette su cui erano assiepati uomini, donne e molti bambini, tutti alla ricerca di una vita migliore a rischio di perdersi nella traversata. Sono cacciati dalle proprie case in flussi migranti epocali. Li cacciano la povertà, la fame e le guerre che continuano nel Medio Oriente e che si accendono qua e là, nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo o che su quel mare interno cercano uno sbocco. Un’Europa attonita che non sa cosa fare resta chiusa nella fortezza. E fa finta di non sapere, o almeno ci prova. Quell’ecatombe che è stata in Europa la seconda guerra mondiale si è spostata ora al suo confine d’acqua trasformato in un cimitero blu. I binari misteriosi e segreti che correvano dai singoli paesi ai campi di sterminio sono rimessi ora in modo convulso su acqua e drammaticamente percorsi alla ricerca questa volta di una salvezza. Tutto continua come prima, mentre si consumano tragedie che non sappiamo raccontare. Per questo mi ha fatto piacere incontrare a Lerici due donne che scrivono poesie su sponde tanto lontane e diverse dello stesso mare. Per continuare a dialogare e sognare un Rinascimento del Mediterraneo e dei popoli che si affacciano su questo splendido mare blu.

Quanto è importante la poesia nel nostro paese?

In Italia la poesia è sempre stata, insieme all’arte, la più ricca e memorabile espressione umana. Fin da Francesco Petrarca alla straordinaria poesia del Novecento, nonostante in tanti modi, anche dall’interno, ci si sia impegnati ad annientarne la forza. E nel Cinquecento, grazie all’enorme diffusione dei versi di Petrarca, la lingua italiana era egemone in tutta Europa, grazie alla poesia ormai detronizzata. Oggi l’Italia, sempre più piccola e insieme spensierata e pretenziosa, non è certo ospitale con la propria poesia, né con ogni altra espressione artistica. Quando ci sono eventi come il LericiPea non si può che ringraziare le persone che si sono prodigate per realizzarli. La politica e l’economia con la loro urgenza hanno invaso ogni possibile orizzonte in modo asfissiante, si sono poste al centro di ogni pensiero degli italiani, inchiodati così alla condizione passiva di spettatori del nulla. Nel mondo massificato e conformista la lettura è in declino perché sempre meno si vuole pensare e si fa a meno di quel dialogo prezioso che in ogni caso il lettore intrattiene con l’autore, che è comunque un’altra persona, l’altro da sé, in uno scambio fruttuoso di energie, aspettative e speranze.

Quale è oggi il ruolo della poesia e del poeta?

Nessuno, oggi la poesia non ha alcun ruolo. Non serve a niente sul momento, non rende niente, non cambia il mondo. È in fondo un non luogo residuale. I poeti ne soffrono come soffrirebbe ogni persona che non veda riconosciuto il proprio lavoro, anche se dalla sua il poeta, che io preferisco chiamare scrittore in versi, ha la gioia di creare un oggetto tanto particolare e che prima non esisteva. La stessa gioia che prova un artigiano che produce un oggetto o un contadino che fa nascere da un seme un bel frutto. Una volta un poeta mi ha rimproverato che usassi la parola lavoro per la poesia. Ma per me la poesia è un lavoro, un fare molto concreto e reale, come dice la stessa parola poiein. Mai come nel Novecento il ruolo del poeta è stato messo in dubbio, da quando l’aureola dal capo del poeta è caduta nel fango. Eugenio Montale, mentre riceveva il Nobel, ha scritto: “È ancora possibile la poesia?”. Pure Marina Cvetaeva si poneva quel dubbio: “C’è ancora posto per la poesia oggi?”. Amelia Rosselli, da me intervistata, diceva lapidaria: “La poesia oggi non ha un ruolo. È un piacere strettamente privato”. E il titolo di un’intervista che mi è stata fatta riporta parole incontrovertibili: “La poesia? Ormai è considerata lo sgabuzzino della casa”. Eppure verrebbe da farsi una domanda. Chi ha paura della poesia? Non si spiegherebbe infatti l’accanimento dispiegato ogni giorno e ogni momento contro la poesia, umiliata, negata e cancellata, nei giornali, nell’editoria e ormai perfino nelle università. Certo non è celebrata perché non è una merce in vendita, e rimane qualche cosa di misterioso agli occhi dei più. Eppure è la più grande testimonianza di verità della propria epoca. Ma deve passare il tempo, spesso molto tempo, perché sia chiara in nuovi contesti questa grande implicita strategia della poesia.

Cosa significa per lei il LericiPea alla carriera?

Questo premio è per me un evento lusinghiero e al tempo stesso imbarazzante e malinconico. Imbarazzante perché un premio lo è sempre un po’ e malinconico perché accerta che tanto tempo è fuggito. E poi la poesia non è certo un mestiere dove si fa carriera. Ho dedicato comunque gran parte della mia vita alla poesia, ricompensata ogni volta che dal niente è nata una poesia, cosa che per me continua ad essere un fatto per niente scontato e mi appare anzi, ogni volta, come il ripetersi di un piccolo miracolo. D’altronde la poesia è vita ricreata. Rimango stupita oggi se mi volgo a quel periodo alla fine degli anni Settanta in cui in modo un po’ spavaldo e inconsapevole, ma niente affatto indolore, ho fatto quello che per me è stato un gran salto, cioè pubblicare le mie poesie, quasi una sfida impari e segreta con la mia famiglia e con la famiglia allargata dei poeti e degli scrittori romani che già conoscevo ma in cui mi muovevo da semplice spettatrice, magari scrivendo articoletti sui giornali. E sono ancora stupita della tenacia di cui ho dato certamente prova nello sperimentare una passione che non mi ha mai abbandonata, di come quel gesto allegro e candido nel pubblicare qualche verso si sia poi rivelato con il tempo come l’inizio di un destino, la risposta a una chiamata di cui ancora non so spiegarmi davvero le ragioni e non ne capisco neppure la portata. Perché da allora, da quel nastro di partenza steso nel 1978, sono passati in un soffio tanti anni ma la mia energia emotiva non è per niente appannata, anzi è più viva e incandescente di prima, e l’unica cosa che temo è il passare del tempo e il non riuscire a scrivere quello che vorrei. Scrivo nel disastro che ci circonda e ci assedia e le poesie sono le mie preghiere.

E.M.

Gabriella Sica, originaria della Tuscia e romana d’adozione, ha pubblicato alla fine degli anni Settanta i suoi primi versi su rivista. Il suo ultimo libro in versi è Le lacrime delle cose del 2009) e l’ultimo in prosa Emily e le Altre. Con 56 poesie di Emily Dickinson del 2010. Interviste, libri, poesie, traduzioni, notizie sulla rivista da lei curata “Prato pagano” (1980-1987) e altre notizie si possono trovare nel sito ufficiale http://www.gabriellasica.com/.

 


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